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AEmilia 1992

rito ordinario - primo grado

venerdì 19 giugno 2020

Causa restrizioni dovute al Covid-19 non abbiamo il permesso del Tribunale per presenziare all'udienza.

RASSEGNA STAMPA DELL'UDIENZA

«Ciampà non ordinò quegli omicidi il suo è un nuovo caso Tortora»

L’avvocato Colacino contro i pentiti che hanno indicato l’imputato dei delitti: «Non è un boss di Cutro»

di Enrico L. Tidona - Gazzetta di Reggio - 20 giugno 2020

È accusato di aver deliberato con Nicolino Grande Aracri l’omicidio di Nicola Vasapollo a Reggio Emilia e di Giuseppe Ruggiero a Brescello, compiuti poi nel 1992. Un regolamento di conti in una più ampia guerra di ’ndrangheta per il controllo del ricco territorio emiliano da parte del gruppo Vasapollo-Ruggiero-Bellini contrapposto al gruppo Dragone-Ciampà-Grande Aracri-Arena. Effettivamente poi le cosche si sono radicate in Emilia e a Reggio, fino allo scoppio di Aemilia e delle sue diramazioni, come il processo sugli omicidi del 1992. Omicidi per i quali il cutrese Antonio Ciampà, 62 anni, detto “coniglio”, rischia ora l’ergastolo come il mandante (e finanziatore con 25 milioni di lire di quello di Ruggiero), come ha ricordato polemicamente ieri il suo avvocato, Luigi Colacino, che si è sbracciato durante l’arringa finale per convincere la giuria popolare che il suo assistito è innocente.

Colacino ha lunga esperienza nelle trame della malavita cutrese, già avvocato difensore in processi di ’ndrangheta per capi clan gravitanti in Emilia come i sodali dei Grande Aracri, Francesco Lamanna o Nicolino Sarcone, quest’ultimo già condannato in abbreviato perché considerato anche il killer che crivellò di colpi proprio Vasapollo.

Colacino calca la mano sulla ’ndrangheta storica, quella che nel 1992 comandava e non ammetteva capi che non si fossero macchiati di fatti di sangue. «Proprio come Ciampà – dice Colacino – uomo finora incensurato e che vive a tutt’oggi libero, e che mai potrebbe essere considerato un boss di Cutro come invece ha detto qui in aula il collaboratore di giustizia Cortese». Angelo Salvatore Cortese occupa buona parte della reprimenda lanciata da Colacino, per il quale non c’è attendibilità nei racconti dei collaboratori di giustizia, compreso Antonio Valerio, sulle parole dei quali si baserebbe parte consistente dell’accusa a Ciampà, accusato di essere il mandante degli omicidi. «Quando un soggetto decide di collaborare – argomenta l’avvocato rivolto alla corte d’assise presieduta dal giudice Dario De Luca – se non riesce a superare l’esame dell’attendibilità è rovinato. Se tizio non si adegua alla precedente sentenza e quindi in linea con il precedente pentito, viene bocciato».

Una teoria che si invola pescando poi l’errore giudiziario che negli anni ’80 colpì il presentatore televisivo Enzo Tortora: «È come per il caso Tortora – dice infatti Colacino ai giudici popolari con la fascia tricolore – Sapete perché è stato condannato? Perché c’erano 19 pentiti che lo accusarono, visto che dovevano superare l’esame. Quindi che succede? Se il primo ha detto il falso, il secondo, pena la revoca del programma di protezione, persegue nell’errore, che magari ha portato a una sentenza ormai acquisita perché passata in giudicato, che viene presa per buona dagli altri pentiti. Ecco, il caso Tortora ha un’analogia con il mio assistito».

Certo è che Ciampà è rimasto quasi sempre fuori dai radar dell’antimafia fino a quando la Dda di Bologna non ha riaperto, a oltre vent’anni di distanza, il caso sui delitti del 1992, prossimi alla sentenza del dibattimento dopo la batosta in abbreviato. —

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